Millesuoni

col senno di poi

Potenza di 2

Potenza di 2

In tutte queste immagini si ritrova uno schema comune: due elementi principali reggono la composizione dell’immagine. Evidentemente è un pattern che risiede nel retrobottega della mia curiosità visuale dato che l’ho riscontrato in molte immagini anche molto distanti tra loro, sia geograficamente, temporalmente ed… emotivamente. 

 

Questo schema secondo me è efficace quando i due elementi portanti della composizione, oltre ad essere ripresi in una buona situazione di luce e di location, determinano nell’osservatore un’idea di  collegamento o di contrasto concettuale, vero o presunto. 

Un’immagine – questo è vero in generale – funziona bene quando innesca delle domande: cosa sta succedendo ? Chi sono queste persone e dove si trovano ? Perché si comportano così ? Cosa stanno facendo ? Cosa succederà subito dopo ? 

Tuttavia, se le risposte a queste domande sono troppo evidenti o scontate, l’immagine finisce per perdere di interesse.

Cosa c'è in questa foto

Questa immagine risale al 2007.  Vivevo da poco a Roma e nel tempo libero passeggiavo un po’ dappertutto scattando foto a più non posso. A Trastevere, a una certa ora del pomeriggio, si creano delle interessanti situazioni di luci ed ombre che possono contribuire a formare delle composizioni interessanti. 

Mentre passeggiavo per questa strada pedonale, l’occhio mi è cascato su quella parete scura. Chissà che ci faceva un cerchione di bicicletta appoggiato a quella finestra. La simmetria creata dall’ombra obliqua ha attirato la mia attenzione e mi sono preparato a scattare. Giusto il tempo di puntare la reflex (a quel tempo non esistevano le mirrorless…) e poco più avanti intravedo la ragazza ricciola, con al guinzaglio un grosso cane (nella foto si intravede il guinzaglio). Lì per lì ho pensato: “stai a vedere che il cane farà qualche numero con gli altri passanti…”. Niente. Ma io nel frattempo mi ero preparato a scattare e quindi ho sparato due o tre foto.  

Cosa mi piace e cosa, col senno di poi, avrei fatto diversamente

Spesso mentre si scatta una fotografia ci si creano delle aspettative immaginarie.
Questa cosa mi capitava tantissimo, come è naturale, ai tempi della pellicola; prima di poter vedere l’immagine catturata passava almeno mezza giornata (quando me le sviluppavo da solo). E nel frattempo l’attesa e l’impazienza mi facevano immaginare di trovare chissà quali capolavori nel rullino (aspettative puntualmente e ineluttabilmente deluse).
Da quando scatto in digitale, se proprio non riesco a cedere all’impazienza, posso sbirciare l’anteprima della foto sul display. Non è una prassi da incoraggiare, intendiamoci. Non per questo tipo di fotografie (altro discorso sono le foto commerciali, i ritratti, le immagini posate). Credo quindi che l’approccio corretto a questo genere di foto sia quello del pescatore: quello che hai catturato lo scopri solo quando tiri su la rete; prendi atto ed accetti quel che c’è, se non va bene lo butti; il che si traduce in “scattare senza sbirciare” e accettare di aver eventualmente raccattato delle schifezze, da cestinare col senno di poi.

Quest’immagine è saltata fuori così, inaspettata. L’idea, tutto sommato riuscita, era di confezionare una immagine giocata sulle geometrie dello sfondo giocando con la luce e le ombre degli elementi in primo piano. Nell’immagine catturata però  – ed è questo il bello della fotografia, l’impossibilità di controllare e prevedere tutto – osservo alcuni dettagli che non avrei mai potuto pianificare a priori, dato che si tratta di una immagine “trovata” per strada. Ad esempio il volto della ragazza è in piena luce, e risalta sulla parte in ombra dello sfondo; ma dall’altra parte le fa da contrappeso il volto del ragazzo, che è del tutto in ombra, ma è invece collocato sulla parte illuminata dello sfondo. Un po’ come yin e yang. 

L’effetto però è smorzato da alcuni – purtroppo per me inevitabili  –  aspetti di debolezza. 

Prima di tutto: non sta succedendo nulla. Questa cosa affligge spessissimo le cosiddette immagini di strada (la tanto esaltata “street photography”) e questa foto non ne è immune. Quando ci si concentra sulla composizione geometrica degli elementi della foto si finisce per ricercare solo una qualche “gradevolezza” dell’immagine finale a discapito degli aspetti di contenuto più documentario.
Ad essere pignoli, poi, la silhouette della figura di destra non è proprio definita, sia perché ha la mano davanti alla faccia, sia perché il ragazzo non è esattamente di profilo, come si richiede ad una silhouette eseguita a regola d’arte. Infine, ci sono alcuni elementi dello sfondo che “sporcano” un po’ l’immagine e distraggono un po’ — no, non ho alcuna intenzione di eliminarli con photoshop!.

Cosa c'è in questa foto

2015, São Luís, Maranhão, Brasile.
La classica foto che fanno i turisti in vacanza. E infatti: ci trovavamo in vacanza nella zona nord est del Brasile, nella città di São Luís. Una città dal passato sfarzoso, ormai caduta in declino. Una sera ci trovammo a passeggiare per il centro e abbiamo notato che c’era …del movimento. C’era molta polizia in giro (i quartieri di questa città possono essere particolarmente insidiosi per i turisti), ma c’era aria di festa. 

Girato l’angolo, ecco che troviamo queste due ragazze intente ad esercitarsi nella capoeira (o qualcosa di simile), mentre in un locale di fronte decine di ragazzi si avvicendavano nella danza, cantando. Peccato, stava facendo buio, ma non potevo non provare a scattare qualche foto.

Cosa mi piace e cosa, col senno di poi, avrei fatto diversamente

Quando visito un paese straniero tutto appare meraviglioso e nuovo ai miei occhi; mi faccio inebriare dal luogo e dalle persone, e, scattando foto, cerco di appropriarmi di quei pochi momenti che per me resteranno unici, anche se di per sé magari sono banali. 

 

Queste due ragazze si esercitavano nella loro pratica e si muovevano velocissime.Ho faticato un po’ ad evitare il “mosso” nel fotografarle. Erano molto concentrate nelle loro prove e dovevo quindi mantenermi ad una certa distanza per non disturbarle e per non farmi notare troppo. 

Una volta capito in quali momenti scattare per evitare il mosso, ho fatto diverse foto. Col senno di poi, riguardando le immagini catturate, ho scelto questa. Mi piace la posa dei gomiti delle due ragazze, quasi a loro modo simmetrici; noto poi con piacere di essere riuscito a fare in modo che la faccia della ragazza di sinistra si stagliasse davanti allo stipite bianco della porta anziché sulla porta stessa, creando così un po’ più di contrasto – la faccia dell’altra ragazza invece, oltre che essere coperta dal braccio, si confonde un po’ con il verde della porta.

Al di là delle rievocazioni – solo mie – che questa scena richiama, ci sono dettagli che avrei potuto curare di più ed errori che avrei potuto evitare. Ad esempio, mi sono accorto troppo tardi di essere troppo distante; per non buttare via una foto che tutto sommato non mi dispiaceva, ho dovuto croppare un po’ il fotogramma in postproduzione: la cosa più fastidiosa è la presenza del tombino, che rompe la simmetria del pavimento a lastroni.  Gli archi delle porte sono tagliati e il cavo elettrico in sospensione disturba un po’: oltre ad avvicinarmi avrei dovuto anche scattare abbassandomi di più per includere tutto l’arco delle porte.

Cosa c'è in questa foto

New York City, 2008. A chi, come a me, piace scattare foto spontanee di persone (la tanto esaltata “street photography”, sempre lei) città come new york offrono spunti infiniti. Non solo perché è una città in continuo mutamento, ma anche perché le geometrie dei grattacieli e delle strade, insieme alla luce che cambia rapidamente, sono delle ottime location per delle foto di impatto. Inoltre la gente è ben disposta verso chi scatta fotografie, non si sottrae né protesta. L’arte di strada, i graffiti e i murales sono spesso parte dell’arredamento urbano, come in questa foto: c’è un dipinto incompleto ed un ragazzo – probabilmente l’autore – sta parlando al telefono davanti ad esso. 

 

Cosa mi piace e cosa, col senno di poi, avrei fatto diversamente

Quando mi trovo di fronte a graffiti e murales mi viene spontaneo soffermarmi e cercare di scattare qualche foto. Però poi ci ragiono su e mi dico che fotografare solo il murale sarebbe appropriarsi di un’opera altrui (lecitamente, per carità). Allora cerco qualche elemento che, casualmente o imprevedibilmente, possa “interagire” con il disegno, magari semplicemente passandoci davanti. Anche così però, nella maggior parte dei casi, mi riesce difficile ottenere qualcosa di valido, dato che, col senno di poi viene fuori che infondo non sta succedendo nulla di rilevante – in fase di editing sono spietato.

A colpo d’occhio, un osservatore distratto vede in questa immagine due persone. Ed è stato così anche per me. Infatti, dopo diverse settimane dal rientro, dopo aver lasciato “decantare” quanto basta le immagini scattate  – è una operazione che per me è necessaria per recuperare un po’ di distacco dalle immagini… devo un po’ “dimenticarmele” per poterle scegliere con maggiore lucidità – guardando le anteprime ho pensato: “Chi sono ‘sti due ? Perché li ho fotografati ?” e poi mi sono accorto di come stavano davvero le cose. Quello che causa questo disorientamento è la sedia, che crea una specie di quinta per cui la ragazza con l’ombrello sembra una persona che sta uscendo verso l’esterno.

Guardando questa immagine col senno di poi, però, noto che la posizione delle braccia del  personaggio in carne ed ossa confonde un po’. Sì, è collocato sopra la parte chiara dello sfondo, ma la sua mano sinistra (col pennello ancora sporco di vernice blu) avrebbe potuto essere in una posizione più leggibile. Ancora meglio, avrebbe potuto mostrare una qualche parvenza di interazione con la ragazza disegnata. Per rendere lo scatto più attraente probabilmente qui avrei dovuto soffermarmi più tempo, ad aspettare che succedesse qualcosa di più interessante o che entrasse in scena qualche elemento nuovo. Questo è purtroppo il limite delle immagini che mi capita di scattare in viaggio: spesso in una situazione potenzialmente prolifica non ho il tempo di soffermarmi ed aspettare il… momento decisivo.

Cosa c'è in questa foto​

Questa foto è del 2007, scattata a Roma, nei dintorni dell’Altare della Patria.

Normalmente in quella zona c’è molto affollamento di turisti per cui non è inusuale che la situazione si faccia troppo caotica e disordinata, cosa che non è per me particolarmente appetibile, dato che la mia ricerca di solito è orientata verso una certa pulizia formale dell’immagine – come si dice spesso, è più difficile “togliere” che aggiungere. Quel giorno c’erano molti venditori ambulanti che cercavano insistentemente di piazzare la loro merce alle persone di passaggio, che il più delle volte li respingevano o li ignoravano passando oltre. Sono scene abbastanza comuni nelle grandi città d’arte e non è sempre semplice tirarne fuori degli scatti che non finiscano per essere dei cliché o che abbiano troppi elementi di disturbo.

Passando, ho notato alcuni venditori di stoffe come quello nella foto. Lì per lì mi sono soffermato attratto dal contrasto che i colori delle stoffe creavano con il travertino dello sfondo e nelle mie intenzioni immaginavo di scattare un ritratto di uno di questi venditori, sebbene, a quell’epoca non avessi grande dimestichezza con i ritratti. Mi stavo per avvicinare, ma ero  un po’ timido e restìo per cui ho iniziato a scattare un po’ da lontano. Il venditore aveva adocchiato dei potenziali clienti e non si era accorto di me, che tra l’altro mi trovavo in una zona di ombra, quindi in qualche modo non davo nell’occhio. In quel momento tra me e il soggetto si è interposta la persona col berretto. Sulle prime ho pensato “che scocciatura”, ma poi, ho ceduto alla curiosità di scoprire cosa ne sarebbe venuto fuori, ci ho preso gusto e ho scattato due o tre volte.

Cosa mi piace e cosa, col senno di poi, avrei fatto diversamente

Tra i vari scatti di questa scena, alla fine la mia scelta è ricaduta su questa immagine. Formalmente è pulita, ci sono due elementi principali che la compongono e il gioco di luci e ombre crea una geometria gradevole. Mi salta subito agli occhi l’arancione chiaro della stoffa al collo del venditore, punto più chiaro dell’immagine. I due elementi della composizione sono in realtà indipendenti, non c’è alcuna interazione tra loro, ma l’immagine può raccontare una storia diversa, del tutto inventata. Lo fa con le dicotomie dei contrasti: vicino-lontano, grande-piccolo, scuro-chiaro, illuminato-in ombra… 

Partendo da qui ognuno può rievocare i propri collegamenti mentali e allora i contrasti su cui la foto fa leva possono diventare contrasti concettuali (il povero e il ricco, l’immigrato e l’autoctono…) e la foto può quindi suggerire una storia, immaginaria, seminando delle domande: “perché il signore col cappello ignora il venditore ? Perché guarda in basso ? Forse è successo qualcosa tra loro, hanno discusso sul prezzo del tappeto ?” E così via. Quella di costruire una storia immaginaria che prende spunto solo da una istantanea colta al volo è una delle prerogative della fotografia, che si presta però ad essere talvolta travisata o appositamente abusata per manipolare la realtà dei fatti (ci sono esempi eclatanti nella storia della fotografia). 

Se vogliamo, questa libertà di interpretazione è anche un limite di questa foto: si fa presto a scoprire che in realtà non sta accadendo proprio nulla. Da un punto di vista formale poi secondo me c’è uno spazio eccessivo sopra le due figure; probabilmente avrei dovuto scattare  qualche istante prima, in modo tale che i due elementi dell’immagine si trovassero più vicini al centro del fotogramma che invece così risulta un po’ vuoto.